NON SI PUO’ PARAGONARE LA “PENA DI MORTE” ALLA “PENA” DI ABORTIRE
La pena di morte significa togliere la vita a qualcuno, dopo averlo giudicato immeritevole di aver avuto la vita in dono. Il diritto alla “pena” di abortire è la libertà di scegliere di non dare la vita in dono, quando si valuta la vita immeritevole, di accogliere la vita stessa.. (e non solo per motivi economici. A volte non si è semplicemente “pronti”e magari lo si capisse più spesso)
In parole più semplici, scegliere il diritto di non eseguire la pena di morte, non si può paragonare alla scelta di non dare a un feto, che nei primi due mesi di gravidanza, è ancora un’ipotesi di vita, la possibilità reale di vivere.
I figli che non nascono da madri consapevoli del significato di dare vita a una vita, sono il “frutto” della sua decisione di non poter essere madre.
Si può scegliere di non dare vita a un “frutto”( che è ancora un seme) che non siamo in grado di far maturare dentro di noi, in quanto madri, quindi di abortire.
In quanto uomini(esseri umani) invece, non si può scegliere, a mio parere, di togliere la vita a un “frutto” bacato(un assassino), ma già nato, uccidendolo.
Questo è il motivo che non permette di porre sullo stesso piano il diritto di esercitare la pena di morte, al diritto di abortire. Dire:” se si difende la moratoria contro la pena di morte, allora si difende anche la moratoria contro l’aborto perché la vita se si difende si difende sempre, sà un po’ di malafede. Perché sono condizioni imparagonabili.. L’una parla di morte, l’altra parla di vita. Non sono la stessa cosa. Sono solo due facce della stessa medaglia. Condannate a far parte dello stesso insieme, ma separate per l’eternità..
Essere contro la pena di morte personalmente, significa essere contro l’idea di potersi sostituire a Dio stabilendo un criterio di “giustizia” umano, che usa come soluzione, lo stesso contenuto del delitto: l’ASSASSINIO. In teoria si potrebbe pretendere, allora, di giustiziare successivamente coloro che hanno “giustiziato” l’ingiustizia, procedendo lentamente verso la fine di tutto. Non è un criterio evolutivo questo, e non è figlio della ragione.
Una madre che ha il dono o la proprietà di procreare, se stabilisce di non dare vita alla vita, ha il diritto di farlo, perché sa di non essere in grado, per mille motivi, di garantire la vita nel senso più complesso del termine. Stasera mentre scrivevo questo post, a “chi l’ha visto”, si parlava dei bambini di Gravina ritrovati dopo un anno e mezzo, nel pozzo in cui è precipitato un altro bambino.Il padre dei bambini di Gravina, che pare sia il colpevole dell’assassinio, è in carcere da Novembre. Se la madre di quei bimbi, all’epoca in cui li concepì, fosse stata in grado di valutare il marito per quello che era, forse avrebbe scelto di fermarsi, perché chissà quante altre volte, quella mamma, avrà visto i suoi figli patire la presenza di un padre che non era in grado di essere padre se non come padre violento. La madre che crea, ha il diritto di scegliere di non creare, se non può farlo, perché è lei a creare. Anche la madre di Samuele, il bambino di Cogne, forse avrebbe fatto bene a rendersi conto che non era in grado di essere madre, prima di scegliere di diventarlo.
La Madonna ha accettato il suo straordinario destino, accettando di essere la madre di Cristo. E noi gliene siamo immensamente grati. Anche noi accettiamo il nostro straordinario destino, che però non è quello di essere la Madonna. Ma è quello di essere Madri, terrene, consapevoli di quello che stiamo facendo. Del significato intero di quell’evento.