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26.02.08

NON SI PUO’ PARAGONARE LA “PENA DI MORTE” ALLA “PENA” DI ABORTIRE

La pena di morte significa togliere la vita a qualcuno, dopo averlo giudicato immeritevole di aver avuto la vita in dono. Il diritto alla “pena” di abortire è la libertà di scegliere di non dare la vita in dono, quando si valuta la vita immeritevole, di accogliere la vita stessa.. (e non solo per motivi economici. A volte non si è semplicemente “pronti”e magari lo si capisse più spesso)
In parole più semplici, scegliere il diritto di non eseguire la pena di morte, non si può paragonare alla scelta di non dare a un feto, che nei primi due mesi di gravidanza, è ancora un’ipotesi di vita, la possibilità reale di vivere.
I figli che non nascono da madri consapevoli del significato di dare vita a una vita, sono il “frutto” della sua decisione di non poter essere madre.
Si può scegliere di non dare vita a un “frutto”( che è ancora un seme) che non siamo in grado di far maturare dentro di noi, in quanto madri, quindi di abortire.
In quanto uomini(esseri umani) invece, non si può scegliere, a mio parere, di togliere la vita a un “frutto” bacato(un assassino), ma già nato, uccidendolo.
Questo è il motivo che non permette di porre sullo stesso piano il diritto di esercitare la pena di morte, al diritto di abortire. Dire:” se si difende la moratoria contro la pena di morte, allora si difende anche la moratoria contro l’aborto perché la vita se si difende si difende sempre, sà un po’ di malafede. Perché sono condizioni imparagonabili.. L’una parla di morte, l’altra parla di vita. Non sono la stessa cosa. Sono solo due facce della stessa medaglia. Condannate a far parte dello stesso insieme, ma separate per l’eternità..
Essere contro la pena di morte personalmente, significa essere contro l’idea di potersi sostituire a Dio stabilendo un criterio di “giustizia” umano, che usa come soluzione, lo stesso contenuto del delitto: l’ASSASSINIO. In teoria si potrebbe pretendere, allora, di giustiziare successivamente coloro che hanno “giustiziato” l’ingiustizia, procedendo lentamente verso la fine di tutto. Non è un criterio evolutivo questo, e non è figlio della ragione.
Una madre che ha il dono o la proprietà di procreare, se stabilisce di non dare vita alla vita, ha il diritto di farlo, perché sa di non essere in grado, per mille motivi, di garantire la vita nel senso più complesso del termine. Stasera mentre scrivevo questo post, a “chi l’ha visto”, si parlava dei bambini di Gravina ritrovati dopo un anno e mezzo, nel pozzo in cui è precipitato un altro bambino.Il padre dei bambini di Gravina, che pare sia il colpevole dell’assassinio, è in carcere da Novembre. Se la madre di quei bimbi, all’epoca in cui li concepì, fosse stata in grado di valutare il marito per quello che era, forse avrebbe scelto di fermarsi, perché chissà quante altre volte, quella mamma, avrà visto i suoi figli patire la presenza di un padre che non era in grado di essere padre se non come padre violento. La madre che crea, ha il diritto di scegliere di non creare, se non può farlo, perché è lei a creare. Anche la madre di Samuele, il bambino di Cogne, forse avrebbe fatto bene a rendersi conto che non era in grado di essere madre, prima di scegliere di diventarlo.
La Madonna ha accettato il suo straordinario destino, accettando di essere la madre di Cristo. E noi gliene siamo immensamente grati. Anche noi accettiamo il nostro straordinario destino, che però non è quello di essere la Madonna. Ma è quello di essere Madri, terrene, consapevoli di quello che stiamo facendo. Del significato intero di quell’evento.

18.02.08

Ma che è ‘sta storia che per scoprire il meglio bisogna dare un'occhiata al peggio?

Ma che è ‘sta storia che quando uno c’ha dei turbamenti … somiglianti al “doloroso” deve andare a vedere chi sta peggio di lui per stare meglio? Spero che ci si possa al più presto rendere conto dell’assoluta crudeltà di questo suggerimento. Sia per quelli che peggio ci stanno veramente. Sia per quelli che per sentirsi fortunati devono andare a vedere quelli che non lo sono. Ma andiamo al mare! Tutti. Sciancati e dritti.
La verità è che siamo completamente impreparati a vivere la vita, come dice Vasco Rossi, “con tutti i suoi turbamenti”. Includere, nel normale ritmo della vita, momenti “riflessivi”, a volte fortemente malinconici, è semplicemente NORMALISSIMO. Ma mica viviamo a Disneyland. A quindici anni devi vedere tutto rosa???? Ma non è vero! E' vero solo se ti impasticchi. E io non voglio istigare all'impasticcamento. Ecco come facciamo a crescere individui impreparati a vivere. Essendo disonesti e non dicendogli la normale verità. Nella vita si va in crisi. Quando ci si va, si aspetta che finisca. Si capisce perchè lo si è stati e poi si va a BALLARE!!! MA CHE ... DAVERO???
Quando di fronte all’ipotesi di una qualunque piccola crisi, inforchiamo tutte le definizioni retoriche e le soluzioni paradossali, tipo quella di andare a vedere chi soffre di più per soffrire di meno, è perché in realtà siamo terrorizzati da qualsiasi ombra possa stendersi sulla nostra “serenità”( molto apparente) . Se io quando stavo sulla sedia a rotelle o camminavo come un polipo, avessi saputo che qualcuno stava venendo lì dove ero, per rendersi conto che lui non era nella merda, nella merda ce l’avrei messo io gonfiandolo come una zampogna e realizzando così un doppio miracolo, mai visto prima: Io che da una paralisi, camminavo e menavo improvvisamente, e l'umanità alleggerita da un fiume di retorica in meno.
Ovviamente sono sul cazzeggio spinto perché in realtà vorrei invitare tutti i partecipanti del mio blog ad andare nella stessa direzione autoironica. Con questo, non intendo colpevolizzare nessuno di essersi lasciato andare ad essere se stesso anzi gliene sono grata. Ma con il massimo dell’affetto e della comprensione vi invito per un attimo a guardarci tutti dall’esterno e a renderci conto che in alcuni momenti siamo al limite della comicità, perché al dolore, ci crediamo troppo. Guardate che ho fatto lo stesso discorso a me stessa quando quindici anni fa, dopo le emorragie, mi hanno messo di fronte allo specchio e meno male che ero strabica, perché sinceramente, non mi si poteva guardare. Guardate che a volte le disgrazie, sommate ad altre disgrazie, diventano fortune. Quando ero strabica, grazie alla diplopia (con un occhio ci vedi doppio, ma solo con uno), mi sono iscritta all’università e mi sono laureata in un mese. Ero velocissima a studiare perché con un occhio leggevo e con uno ripassavo .... una vera comodità ....

08.02.08

Alleluja!

La linea telefonica del Teatro San Raffaele è stata ripristinata da Fastbluff (Alleluja!) Potete ora prenotare, se lo desiderate, la vostra partecipazione allo spettacolo. Grazie per la vostra infinita pazienza. Cinzia

Teatro San Raffaele, Via Ventimiglia, 6 ROMA (Zona Portuense Trullo) Tel. 0645447585

06.02.08

Al TEATRO SAN RAFFAELE AL TRULLO. VIALE VENTIMIGLIA 6

Per ora è l’unico teatro dove sono riuscita a realizzare il mio progetto di portare lo spettacolo OUTLET in periferia. Nella quindicesima circoscrizione. Sono ben felice di poter iniziare. Sono sicura che sucessivamente a questo primo esempio, anche altre circoscrizioni, cercheranno di aderire. Il problema maggiore è l’assenza dei teatri. E quando i teatri ci sono, sono troppo piccoli (centocinquanta posti nelle ipotesi migliori). Io ovviamente mi sono offerta per fare lo spettacolo in qualunque altro luogo: palestre sale della asl e via dicendo. Ma ci sono ostacoli di qualunque tipo. Io comunque non demordo e vediamo che succede. Al trullo grazie a Gianni Paris, che è il Presidente della circoscrizione, intanto lo faccio. Andrà in scena venerdì alle 21, sabato alle 21 e domenica alle 17 e 45. Poi spero che si possa continuare ad essere presenti sul territorio …. Magari mi invento una specie di scuola che si può intitolare: occasioni di espressività. Non lo so. Ma mi piacerebbe lavorare con la gente. Non per insegnargli a fare l’attore, che tra l’altro non ne sarei neanche capace, ma per vedere che c’ha la gente dentro e che non tira quasi mai fuori …. Chi lo sa? Per ora sono scaldata da un’idea che è solo tale. Mi è venuta mentre scrivevo. Cioè avevo pensato già ad una specie di “studio collettivo” ma stasera scrivendo mi è venuta l’idea. Vedete tocca parlare per tirare fuori le idee. Cioè nel nostro caso stiamo scrivendo. Ma non so voi. Io quando scrivo i post è come se parlassi. Nel senso che scrivo per parlare. Voi direte:” ma perché non ti scrivi da sola?” Perché al punto di parlare da sola, grazie a Dio, ancora non ci sono arrivata